Riflessioni su musica, d.i.y. e cultura copyleft aggiornate con estrema lentezza (un post all'anno se va bene) - our webzine is italian only, sorry :(
Visualizzazione post con etichetta klinamen: osservazioni sul mondo. Mostra tutti i post
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23 marzo 2021

Da tanto tempo ormai queste pagine restano in silenzio. Da quando iniziammo a muovere i primi passi agli albori del 2000 sono cambiate tantissime cose, tra cui la verticalizzazione totale di internet verso lo strapotere delle grandi piattaforme e il distanziamento pandemico ad libitum. Per noi che avevamo fondato la nostra ragione d'essere sullo spirito egualitario, libertario e orizzontale dell'internet delle origini e sulla socialità dal vivo è stato un colpo troppo duro, tanto che ci ha costretto a tornare appunto sottoterra. Eppure, questo vivere nascosti, come in letargo, ci permette di sopravvivere anche più di tanti che nella lotta per l'affermazione in questo mondo così competitivo hanno avuto successo per poi soccombere a loro volta. Noi invece resistiamo ed esistiamo, e anzi ci piacerebbe riprendere, senza pretese, a dare segnali più o meno regolari, perché questo spazio era stato concepito e vuole restare, nonostante lo spirito dei tempi, un luogo di incontro per musicisti, pensatori e più in generale persone libere. Che siamo in quattro gatti o in centinaia non importa: l'importante è esistere, andare in letargo, ma poi riemergere e resistere nonostante tutto perché immaginarci diversi da tutto questo, per noi, è possibile.

11 marzo 2013

Saggio sulla lucidità: MoVimento 5 stelle (parte 2 e vaffanculo)

Inutile stare qui a ricapitolare ciò che tutti sanno. In conclusione di questo post includiamo alcuni link sufficientemente acuti per riassumere una serie di spunti di riflessione partigiani (e fieri di esserlo, come noi del resto) su questo partito (perché di questo si tratta, a dispetto della sua "ideologia"). Il nostro contributo vuole esprimere il nostro punto di vista "umanistico" e criticare alcuni miti che hanno reso popolare questo "movimento" anche negli ambienti copyleft e più radicalmente di sinistra.

Verticalità vs Orizzontalità: il mito della democrazia diretta e della divinità di internet

Alla base della visione "rivoluzionaria" del Movimento 5 Stelle c'è il mito della democrazia digitale diretta e dell'intelligenza collettiva di internet. Il Movimento tradisce già in partenza la sua vocazione orizzontale, presentandosi come una struttura fortemente verticale e gerarchica, calata dall'alto da un'azienda che si occupa di e-commerce e marketing virale. La stessa natura commerciale delle forze a monte tradisce un reale spirito "rivoluzionario", presentandosi solo come un potere emergente contro i vecchi poteri, per quanto hipster voglia presentarsi. In sostanza, il Movimento non mette per nulla in discussione lo status quo, ma anzi è servito finora a proteggerlo, come ben argomentato da Wu Ming, canalizzando le energie e contribuendo ad impedire il formarsi nel nostro paese di movimenti fortemente "antiausterity". La sua concezione del web è assolutamente verticale: tutto dipende da un unico sito/blog e dalle piattaforme decise dall'azienda. Il mito dell'intelligenza collettiva di internet è falso, almeno posto in questi termini: nessuna piattaforma di massa sul web è un'entità realmente nata e gestita dal basso, ma rappresenta gruppi di potere economico con forti interessi nella gestione del flusso dei dati di milioni di utenti. Né Google, né Amazon, né Wikipedia, per quanto affascinanti, sono realtà neutre e al servizio disinteressato del "popolo". In questo, stiamo assistendo alla gerarchizzazione del web sul modello dei media tradizionali. Il web quindi almeno in teoria è orizzontale, ma il potere lo sta "centralizzando" sempre di più, concentrando i flussi verso pochissimi nodi. In questo, l'esperimento politico di Casaleggio non fa eccezione, ma è condannabile tanto più in quanto palesemente mistificatorio e indirizzato al potere diretto. Il copyleft può ovviamente servire a questo scopo, ed è con questo specchietto per le allodole che molti simpatizzanti dell'open source hanno vista una reale alternativa nel movimento di Casaleggio e del Comico urlatore. Vista con questi termini, la democrazia posta con i like di Facebook risulta essere non solo ingannatrice, ma addirittura dannosa, perché reca l'illusione di libertà proprio mentre accentra in modo impressionantemente autoritario. La nostra concezione sociale, anticapitalista ed orizzontale del web e del copyleft si dissocia nei termini più assoluti da quella espressa da questo movimento e dai suoi tecnofeticismi.

Il web e lo spirito critico: ovvero come demonizzare senza appello i media tradizionali e creare consenso con i banner sui social networks

Tra le armi che hanno portato alla ribalta questa realtà vi è una propaganda battente e mistificatrice che, attingendo a mezze verità, si è appoggiata su due cardini: la demonizzazione senza appello dei media tradizionali e la creazione di consenso e fidelizzazione assoluta e acritica al web. Questa strategia, unita ad una capacità grandiosa in termini di influencing marketing e manipolazione dell'informazione, ha portato gran parte dell'opinione pubblica a riversarsi su un unico canale di informazione, fatto credere come senza filtri, puro e veritiero. I banner virali terrorizzanti , circolanti sulle bacheche dei social networks, hanno fatto il resto. I temi sono stati semplificati al massimo, manipolati e selezionati in maniera fuorviante. Si è così potuto creare panico  e rabbia con notizie false, come quelle della rivolta nei supermercati in Grecia, ripetuta più volte da Grillo nelle ultime tappe della sua campagna elettorale. Insomma, nessun appello alla garanzia di libertà di informazione,  nessuna raccomandazione ad accedere ad una pluralità di fonti, nessun invito all’applicazione del senso critico: signore e signori, spegnete i cervelli ed attivate l’odio e il pensiero unico. Erano anni che non si assisteva ad una manipolazione delle menti e ad una strumentalizzazione della disperazione così spregiudicata.

Unico obiettivo: il potere

In tutto questo, ciò che risulta chiaramente è l’emergere di un nuovo potere in lotta contro i vecchi poteri. In mezzo, milioni di persone ignare, la cui buona volontà viene sfruttata ed usata come grimaldello per sfondare le barriere. Dal punto di vista umanistico, il grillismo non è altro quindi che l’ennesimo effetto del progressivo processo di decadenza culturale e degenerazione del tessuto sociale che l’Italia sta subendo da decenni. Il suo presentarsi come anti-ideologia, e il concetto che esistano ormai solo problemi ed idee “neutre” per risolverli, nasconde piuttosto una visione che è l’anticamera dell’autoritarismo. Nessuna idea è mai neutra. Ognuno di noi agisce nella realtà guidato da una visione di fondo che, se non è ideologia, rappresenta comunque una imprescindibile Weltanschauung, una filosofia, un modo di vedere le cose. L’unica differenza tra chi dichiara questa visione e chi no, è che il secondo la tace (per ignoranza, nel migliore dei casi, per fraudolenza, nel peggiore). Rigettiamo completamente quindi questo concetto, dichiarandolo aberrante.

Un'organizzazione settario-aziendale

Il dinamiso dell’organizzazione del movimento ne ha ampiamente decretato il successo e ha dato l’impressione, agli attivisti, di agire in una struttura dal basso realmente democratica. C’è sicuramente autonomia ai livelli inferiori della struttura, anche perché sono quelli che meno interessano al vertice. A livello più alto però, il movimento ha dato prova di severo  autoritarismo e di un dirigismo tirannico davvero imbarazzante. D’altronde, il sentimento di libertà, così come l’illusione di compiere scelte in completa autonomia, sono ispirati da un meccanismo manageriale ben collaudato e finalizzato a creare fedeltà assoluta al brand, affinché il dipendente/adepto possa cedergli tutto il proprio entusiasmo e tutto il proprio tempo. Ovvero: il lavaggio del cervello con cui un’azienda o una setta crea soldati perfetti, innestando le proprie radici tumorali in ogni minima faglia della psiche per massimizzare i profitti. Casaleggio ha tutti l'interesse (economico e visionario/psicopatologico) a creare una religione che diffonda il dogma di un web acritico, monopolizzato, verticale e oscurantista.

Inutile dire che tutto questo è esattamente opposto a tutti i nostri principi (sì, è inutile parlare di quanto facciano schifo e quanto siano pericolosi gli altri poteri, perché li conosciamo già; ora stiamo parlando di un potere nuovo, non dissimile certo dai vecchi, ma i cui protagonisti cambiano). Detto questo, non possiamo che augurarci, come Wu Ming, che la rivolta possa nascere dall’interno del movimento stesso, e allo stesso tempo ci riserviamo di mandare un bello scoreggione a Casaleggiogrillo per tutta l’immondizia di cui sono artefici, augurandogli di andare (usando il loro linguaggio) a fare in culo il più presto possibile.

Ecco alcuni link consigliati per approfondire (e se avete tempo non prendeteli come verità, ma confrontateli con altre fonti, fatevi un' idea che sia davvero vostra, cazzo)

Liberiamo il MoVimento 5 Stelle (iniziativa per invitare i parlamentari alla rivolta contro il vertice) 

(L'immagine di copertina di One Dimensional Man è presa a nostra guida spirituale del momento)



6 marzo 2013

Saggio sulla lucidità: MoVimento 5 Stelle (Parte 1)


Una storia breve.

Immaginate di trovarvi in visita in una grande città, ricca di boulevard ma anche di suggestivi vicoli, scorci e viuzze nascoste. Avete fame, volete mangiare qualcosa di tipico e genuino, ma vi trovate in un’enorme piazza piena zeppa di McDonald's. Ovviamente vi allontanate disgustati al solo pensiero di entrarvi, anzi siete pure abbastanza indignati per questa invadenza, vi viene da pensare ai danni della globalizzazione, alla malignità e al monopolio delle multinaziionali etc. etc. . Vi infilate così in un vicolo, alla ricerca, magari, di qualche taverna o di qualche brasserie tipica. Improvvisamente davanti a voi compare un cartello luminoso: "Disgustato da McDonald’s? Indignato per la globalizzazione del cibo spazzatura? Vieni a provare da noi la cucina tipica e a km zero!". Seguite le indicazioni: vi accorgete che il percorso è disseminato di frecce luminose e deviazioni che in parte occultano l'ingresso di altri vicoli. Cominciate a trovare crocicchi di persone negli angoli: tutti parlottano della bontà di questo posto e di una concezione innovativa che coniuga tradizione e modernità, sogghignano contro i McDonald’s, fanno passi prima incerti, poi più decisi nella direzione delle frecce. D'improvviso vi colpisce lo scorcio di una stradina, ma la trovate transennata; guardando meglio vi accorgete che non è una vera transenna, di quelle che si mettono nei cantieri o che vengono poste dai vigili o dalle forze di polizia locali per vietare l'accesso ad una zona interdetta, ma un fake che gli somiglia molto. Potreste facilmente superare l'ostacolo, certo, tuttavia la fame, gli assembramenti e il flusso di persone e l'irresistibile fluorescenza delle insegne vi portano su un affollatissimo boulevard, che taglia dritto la città e conduce ad una casupola, più bassa rispetto agli alti edifici vicini, ma sovrastata da una gigantesca insegna caleidoscopica. Il contrasto di questa insegna rispetto alle dimensioni della casupola vi colpisce. Leggete, a caratteri cubitali: "PER CHI È SCHIFATO E INDIGNATO CONTRO IL CIBO SPAZZATURA DELLA CASTA DELLE MULTINAZIONALI: CIBO BUONO, LOCALE E A KM ZEROOOOOOO!!!!!!!!". Tutte queste insegne vi insospettiscono, ma ascoltate i commenti entusiasti delle persone: c'è chi chiama con il cellulare gli amici o la famiglia, chi trascina gli altri fuori dai portone dei palazzi, chi non fa altro che lodare il cibo che ha già assaggiato una volta, chi sbraita contro il monopolio delle multinazionali e dichiara che, dopo anni di inutile sbattimento, finalmente c'è un posto decente dove andare a mangiare,  la cui politica alimentare è per di più etica e giusta. Il flusso di persone è ora gigantesco: tutti sembrano dirigersi verso questo posto che annuncia, promette e grida ad ogni angolo, ad ogni incrocio, in ogni centimetro disponibile di muro, ossessivamente, sempre lo stesso messaggio. Entrate. Pensate che nonostante la grandiosa pubblicità, il posto non deve essere male: è piccolo, a misura d'uomo, rustico. Peccato sia incredibilmente sovraffollato. Vi accorgete che, a dispetto di quello che vi aspettavate, vi è un bancone pieno di pietanze a cui servirsi da soli, come nelle tavole calde, e temete che la ressa renda un approccio impossibile, ma vi accorgete subito che c'è un innovativo e tecnologico  sistema di prenotazione del proprio turno che razionalizza il flusso, evita code selvagge e attese e anzi di più, permette che ognuno si serva velocissimamente da sé e possa servire anche gli altri. Come si dice, tutti per uno e uno per tutti, ognuno per l’altro vale uno. Al vostro turno, decidete di assemblarvi un panino con un hamburger, che cuocete da soli in un istante in una piastra futurista, e aggiungete lattuga e pomodori già affettati. Vi è stato assegnato un tavolo: qualcuno vi ha già disposto sopra le bevande che avevate richiesto al sistema informatico, mentre voi poggiate nel tavolo libero vicino al vostro, ancora in attesa dei propri clienti, un piatto di insalata di riso che vi è stato segnalato di prelevare, mentre sfilavate lungo il bancone, dal medesimo sistema. Pensate che sia una cosa pazzesca, ma efficentissima, un metodo di relazioni e coordinazioni incrociate perfetto, basato sull'aiuto reciproco, che permette a voi e a tutti gli altri di essere serviti in tempi rapidissimi, di non avere troppe cose per le mani e di non trovare mai scarsità nella scelta delle pietanze. L'aspetto rustico combinato a questo futurismo vi lasciano piacevolmente allibiti. Di certo i gestori di questo posto hanno potuto ottenere qualità investendo in efficienza tecnologica e nella responsabilizzazione dei clienti, tagliando così i costi della filiera di sevizio, in primis quella di cuochi e camerieri. Davanti a voi c'è quindi un pranzetto succulento. Date il primo morso, lentamente, concedendovi tutto il tempo necessario per gustare. Fate respiri profondi, assaporate, indagate con le papille. E non capite. Non capite perché, dietro all'apparenza, c'è sempre lo stesso retrogusto, sempre quella specie di plastica e fritto/rifritto che vi aspettate da qualsiasi locale in una grande città, meno che da un posto tipico e genuino. Ma soprattutto non capite perché tutti continuino a dichiarare, ripetere a voce alta, sbraitare, urlare che il McDonald’s fa schifo e che qui è tutta un'altra cosa. C'è un piccolo particolare di cui vi accorgete: sono in pochi quelli seduti ad un tavolo soli, come voi. La maggior parte è in gruppo e sembra più attenta ad urlare, divorare e sbranare davanti ad altre facce compiacenti piuttosto che e a gustare. La maggior parte sembra gente frettolosa, ciarliera e distratta. Lasciate a metà il vostro pranzo e vi dirigete in fretta verso l'uscita. Qualcuno vi si para davanti, sorride e vi regala una maglietta, su cui campeggia un logo e un messaggio dello stesso tono degli altri: "POSTO BUONO!!! Cibo a km zero, genuino, per chi ha schifo del McDonlad’s ed è indignato per il monopolio della casta della globalizzazioneee!!!". Ora siete davvero perplessi. Vi disperdete nei vicoli, evitate la folla. Avete solo bisogno di solitudine, tempo e riflessione. Seduti su delle scale in pietra di un vicolo deserto e caratteristico, rigirate la maglietta nelle vostre mani, pensosi. Ad un certo punto, passandovela tra le mani, vi accorgete di qualcosa, un piccolo spessore, un rilievo quasi impercettibile ai bordi del logo. Indagate con i polpastrelli, fate leva con le unghie, notate che è una specie di adesivo, o di toppa, di quelle che andavano negli anni 80 e si attaccavano ai vestiti con il ferro da stiro, ma più sottile. La strappate via. Improvvisamente compare sotto un altro, ben noto logo: Burger King. Sorridete, increduli, perfino un po' divertiti sulla grossolanità di un tale mascheramento. Adesso avete solo voglia di perdervi in questi vicoli deserti e non sentire la voce di nessuno.  

5 aprile 2012

SubTerra e i Copyleft Days al Teatro Valle occupato di Roma


5 . 6 . 7 aprile 2012

COPYLEFT DAYS
Tre giornate sulla cultura libera/ta
diritto d’autore e licenze aperte



Il 5 . 6 . 7 Aprile, negli spazi del Teatro Valle Occupato e dell’ Ex Cinema Palazzo/Sala Vittorio Arrigoni, si svolgeranno le giornate della cultura libera/ta, organizzate in collaborazione con Patamu.com e Melting Pro.

Questo evento è stato organizzato per informare artisti, musicisti, attori, scrittori e pubblico sui problemi legati a diritto d’autore, proprietà intellettuale, diffusione ed utilizzo delle opere dell’ingegno. Saranno delineate inoltre le differenze tra il copyright tradizionale e le opere rilasciate con licenze Creative Commons o affini, e si parlerà anche di come queste possano cambiare le modalità di accesso alla cultura, al sapere, all’informazione e alla di condivisione dei contenuti.

All’interno dell’evento sarà ospitata la prima edizione del RomaCCfest, uno dei primi festival del Cinema con contenuti esclusivamente Creative Commons, in gemellaggio con il BccN di Barcellona da cui è ‘derivato’ con licenza Creative Commons By-Nc-Sa (attribuzione-noncommerciale-sharealike).

Le proiezioni saranno affiancate da interventi musicali a cura delle etichette CC Subcava Sonora e NED e da incontri assembleari su diritto d’autore e cultura libera, da momenti di approfondimento su SIAE, IMAIE, SOPA, Creative Commons, Copyleft, sul ruolo della cultura libera nella valorizzazione e nella tutela del bene comune anche in aree del sapere diverse dall’arte, ad esempio nella scienza e nei farmaci. Si terranno inoltre tavole rotonde e dibatti per approfondire la riflessione su cosa possa essere fatto nel concreto per promuovere un differente modello di diffusione della cultura e del sapere.

Organizzazione: Patamu, Melting Pro, Teatro Valle Occupato
Contenuti Festival Cinema CC: RomaCCFest/BccN
Contributi Musica CC: Subcava Sonora, NED






PROGRAMMA

Giovedì 5 aprile
16.00-18.30 @ Teatro Valle Occupato

16.00-17.30_Proiezione R.I.P.- A remix manifesto (86′)
Documentario su copyright, proprietà intellettuale e gli effetti della pirateria nell’era di internet
17.30-18.30_Incontro Copyleft, Copyright, Culture libere e Bene Comune
Interventi di: Arturo di Corinto (FHF-circolazione informazione come strumento di denuncia), Luca Nicotra (Agorà Digitale), Adriano Bonforti (Patamu- Cultura copyleft come approccio al sapere), Teatro Valle Occupato, Donatella Della Ratta (Creative Commons Arab World) , Carlo Infante (Stati Generali dell’Innovazione) , Andrea Baranes (Banca Etica)

A seguire Incontro/Agorà USCIRE DALLA CRISI E’ POSSIBILE
Disarmare i mercati per la democrazia dei beni comuni
Attac Italia e Teatro Valle Occupato

19.45-00.00 @ Ex Cinema Palazzo

19.00-19.45_APERITIVO
19.45-20.45_Proiezione Creative Commons Mondo Arabo
20.45-21.10_Incontro con gli autori del film Mare Chiuso
21.10-22.10_Proiezione Mare Chiuso (60′)
Documentario di denuncia degli accordi tra Berlusconi e Gheddafi sui respingimenti a largo delle coste italiane
22.10-22.30_Incontro con Paolo Sinigaglia (NED)/produttore e Benedetto Fanna- Francesco Montagna/registi del film che segue
22.30-23.45_Proiezione di Broder du iu paradigma (CC) 75’30″
Film collettivo estemporaneo su un gruppo di musicisti che si danno appuntamento nello stesso luog alla stessa ora dello stesso giorno per un concerto improvvisato senza partiture né direttive.

Nel corso delle giornate del 6 e del 7, nel Foyer del Teatro Valle Occupato, verrano proiettati i cortometraggi del RomaCCFest/BccN 2011.

Venerdì 6 aprile
16.00-24.00 @ Teatro Valle Occupato

16.00-16.30_Presentazione RomaCCFest/BccN
16.30-17.30_COPIAD MALDITOS (RomaCCFest/BccN 2011) 60′
In italiano “Copyright o il diritto di copiare” è un documentario spagnolo sul diritto d’autore, la proprietà intellettuale e la situazione della cultura in Spagna e in Europa. E’ stata la prima produzione in Creative Commons prodotta e trasmessa dalla televisione Spagnola.
17.30-18.00_Sessione Corti (RomaCCFest/BccN 2011)
La MiradaCircular 12′ (RomaCCFest/BccN 2011)
Luckiest One 14′ (RomaCCFest/BccN 2011)
18.00-19.30_Incontro aperto “Diritto d’autore, Creative Commons, SOPA, IMAIE, SIAE: una panoramica generale sulle ultime questioni relative al diritto d’autore nel mondo e sulle conseguenze in Italia”
Interventi di: Deborah De Angelis, Ermanno Pandoli, Arturo di Corinto, Astrid Wiedersich Avena, Ass.Artisti 7607, Adriano Bonforti/Patamu, Teatro Valle Occupato, Andrea Mancianti
19.30-19.35_Proiezione del video “Sul Tetto” dei Rein
19.35-20.30_Open Talk/Incontro con la cittadinanza: “Considerazioni su retribuzione e proprietà intellettuale oltre il copyright”. Introduce Gianluca Bernardo musicista dei REIN
20.30-21.00_PAUSA con proiezione nel Foyer di: IN-PRECA VIDEO/Interviste precarie in tempo di crisi-Chiara Ronchini 2011, Italia, 26′ (RomaCCfest)
21.00-21.45_Vita quotidiana a Kabul 45′ (RomaCCfest/BccN 2011)
21.45-22.00_Proiezione “Denz in the ghetto”, 8′/Subcava Sonora (RomaCCfest); videoclip Borderline “Strofa e ritornello”, 3′/Subcava Sonora
22.00-00.00_Concerto: Borderline/Nouer (Etichetta CC Subcava Sonora) + Adriano Bono 996-I sonetti romaneschi di Giuseppe Gioacchino Belli in musica

21.00-24.00 @ Ex Cinema Palazzo

21.00 – 22.00 Titolo CC da confermare (RomaCCfest/BccN 2011)
22.00 – 23.00 Die Beauty 60’ (RomaCCfest/BccN 2011)
Drammatico, Svezia//Questo film CC fu presentato nelle sale cinematografiche e reso contemporaneamente disponibile in maniera legale su Pirate Bay.
23.00 – 00.00 The Island 60’ (RomaCCfest/BccN 2011)



Sabato 7 aprile
11.00-20.00 @ Teatro Valle Occupato

11.00-14.00_Proiezioni matinée
11.00-11.30_Maud and Leo, 35′ (RomaCCfest/BccN 2011)/Un road movie Svedese in CC
11.00-12.45_Del Poder, 72′ (RomaCCfest)/Documentario CC sui fatti del G8 di Genova. Realizzato da Zavan, musica di Oriol Català, colore, 2011
12.45-13.45_California Dreaming, 55′ (RomaCCfest/BccN 2011)/Documentario olandese in CC sugli effetti della crisi in Europa
13.45-14.10_Tris (RomaCCfest)/La prima web series in CC tra intrattenimento e sociale. La leggerezza come arma per lottare contro l’omofobia a Roma e in Italia
PAUSA
14.30-16.30_Incontro: “Musica, cinema, teatro. Arti oltre il copyright/Proposte concrete e nuove prospettive”
Intervengono: Adriano Bonforti (Patamu), Luca Nicotra (Agorà Digitale), Alfredo Esposito (Subcava Sonora), Carlo Sanetti (Subterra), Luca Neri Skype (no Copyright), Gianluca Bernardo (REIN), Fabrizio Mosca (CINEAMA), Giacomo Verde skype (Teatro CC), Paolo Tosini (Cineteca Nazionale Mexico City) Jaromil skype (dyne.org hacker) http://jaromil.dyne.org/

16.30-17.30_Prospettive di un appello agli artisti affinché prendano l’impegno, nel prossimo futuro, di liberare un certo numero di opere con licenze copyleft + presentazione di un appello alla cittadinanza per la creazione condivisa di una petizione che si proponga come obiettivo:
1 Modifica del regolamento interno della SIAE per dare possibilità agli iscritti SIAE di liberare opere in Creative Commons.

2 Abolizione del monopolio SIAE per la gestione dei diritti d’autore

17.30-18.30_Corto “Le bolle di sapone”, 6′/Anno 1911 Regia Anonimo (Public Domain/CC; RomaCCfest) + Sonorizzazione Orchestra Noè del film di pubblico dominio: “Man with a movie camera” (RomaCCfest), 66’49″, Dziga Vertov (1929)

19 novembre 2011

Gli invisibili e le belle parole che suonano ancora

di Eva Milan * pubblicato su Musicachip
Sabato 19 Novembre 2011 00:32



Cantautori, le belle parole oggi non suonano più”, scrive nostalgicamente Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano, perché “la vecchia ricetta non funziona più e quelle nuove non mordono”.

Verissimo, se si limita lo sguardo alla vecchia concezione di cantautorato degli anni settanta senza contestualizzare il processo di emarginazione del libero pensiero in tutte le sue forme e l’impoverimento della produzione culturale da parte di un’industria musicale sempre più egemonica ed esclusivista, il cui ruolo influente nel motore del pensiero unico globalizzato ha agito forse in anticipo rispetto al resto.

Comincerei col dire che in Italia il cantautorato cosiddetto impegnato è sempre stato condannato all’élitarismo dagli interessi stessi della discografia e con il supporto dei baronetti della Siae per cui alcuni andavano comprati e arricchiti e altri meno, affinché il virus culturale di cui questi ultimi si facevano portatori non doveva contagiare le masse; non si poteva consentire a un De André, un De Gregori o a un Gaber di assumere una funzione aggregante di partecipazione ma che questi untori culturali andavano bene esclusivamente per quelle anime belle, snob e noiose degli intellettuali comunisti, e che il popolo meritava qualcosa di più allegro e romantico ma intellettualmente scadente, la cui vetrina catalizzatrice doveva concentrarsi sul quel grande supermercato-palco che è Sanremo. Vetrina che negli anni ha subito anche qualche tentativo di elevazione culturale del tutto insufficiente. Il primo di questi fu ad opera di Luigi Tenco. Secondo alcune tesi, Tenco potrebbe aver pagato un alto prezzo proprio per aver osato denunciare quel meccanismo inquinato e tentato di offrire in pasto agli spettatori televisivi quella qualità culturale proprio da quel prestigioso palco.

Da allora il meccanismo di esclusione è stato potenziato a tutti i livelli, concentrando il dominio culturale sempre più nelle mani di grandi poteri e emarginando tutto ciò che non si adeguasse a le loro regole.

C’è da dire che tutte le forme d’arte “impegnata” sono sempre state in certa misura elitarie, ma oggi queste sono passate dall’élitarismo alla condizione di invisibilità anche rispetto a quelle nicchie di pubblico che potrebbero goderne, perché l’immaginario creato dal mainstream è divenuto tanto potente da aver ridotto anche i canali di distribuzione alternativi a surrogati del mercato, incapaci di reinventarsi senza attingere al mainstream o al passato, e di produrre una visione “altra” forse rintracciabile soltanto nell’autoesclusione o in micro-realtà radicali.

Non a caso l’autore del suddetto articolo nel citare i nomi “nuovi” fa quasi esclusivamente riferimento a personaggi ben inseriti in un circuito promozionale che sebbene si definisca “indipendente” (indie) resta spesso intrappolato, tranne alcune eccezioni, in quella logica autoreferenziale tipica del mainstream esclusivista e accentratore, senza mai volgere lo sguardo altrove, verso quelle realtà “altre” che nonostante l’alto livello di produzione e intensa attività continuano a restare nell’ombra, facendo sempre più fatica a trovare spazi di espressione.

Il primo esempio che vorrei portare è quello di Gian Maria Testa, un cantautore piemontese di altissimo livello che possiamo ben inserire nella lista dei cervelli in fuga, poiché soltanto in Francia e in altri paesi europei è riuscito ad affermarsi e a conquistare la meritata attenzione, restando nel frattempo ignoto al pubblico italiano per oltre un decennio. Dal suo primo esordio nel ’93 al Festival di Recanati ci sono voluti ben 14 anni per arrivare al primo importante riconoscimento italiano, con la Targa Tenco 2007 come miglior album dell’anno; nel frattempo i suoi otto dischi e i suoi circa 2000 concerti avevano fatto il giro del mondo.

Nonostante queste difficoltà, l’esperienza di Gian Maria Testa resta comunque un’eccezione positiva rispetto all’invisibilità a cui sono condannati altri suoi colleghi altrettanto meritevoli. Uno di questi è senza dubbio Marco Rovelli, cantautore, poeta, scrittore e filosofo, noto a un determinato pubblico della cultura antagonista più per i suoi eccellenti saggi che per la sua attività di musicista. Forse il cantautore contemporaneo più impegnato presente (o dovremmo dire “assente”?) sulla scena italiana, dal suo esordio con i Les Anarchistes, vincitori del premio Ciampi nel 2002, alla sua attività solista iniziata con l’album “LibertAria”, è l’esempio vivente di come oggi le belle parole suonino ancora e siano vivissime e potenti, ma che forse proprio per questo non meritino abbastanza riconoscimento, se non quello di essere “Fuori dal mucchio”, premio conferitogli al MEI dell’anno scorso. Si sa, oggi le rivoluzioni vanno di moda, ma quelli che la rivoluzione sanno farla con la penna e la chitarra possono essere più pericolosi!

Da qui scendiamo direttamente negli inferi e ci imbattiamo nella penna di un altro personaggio il cui spessore poetico, come nel caso di Rovelli, è pari alla pena che culturalmente dobbiamo scontare. Sto parlando di Pieralberto Valli, fautore del progetto alquanto blasfemo denominato “Santo Barbaro”. Lo avete sentito nominare? Se sì, siete dei privilegiati. A tutti gli altri consiglierei di andarsi ad ascoltare entrambi i due album prodotti sino ad oggi, “Mare Morto” e “Lorna”. I peccati mortali commessi da Pieralberto Valli sono troppi. A partire dal nome del suo progetto, chiaro riferimento ai più diseredati, i migranti. Se poi guardiamo alla sostanza, la poetica usata per esprimere il disagio esistenziale e sociale è a livelli insostenibili per i comuni mortali, e la musica che l’accompagna un misto tra folk e avanguardia rock a osare il superamento di entrambi i generi con troppa disinvoltura, rischiando quindi la genialità. Pierlalberto può trovare consolazione nel fatto che alcuni di quei peccati originali li commise anche Fabrizio De André, primo fra tutti l’aver scassato troppo le balle con gli ultimi e gli emarginati.

Penso sia un errore credere che il cantautorato contemporaneo per essere valido, riconosciuto e visibile debba restare estraneo alla militanza mista alle contaminazioni fin qui assorbite che variano dal rock al folk anche nelle forme più estreme, poiché allora saremmo di fronte a una resa stagnante alla tradizione del cantautorato puro, a una nostalgica e inutile ripetizione di genere incapace di rappresentare il presente e senza offrire alcuno sbocco futuro al nuovo, sempre che ci sia la volontà di vederlo nascere.

In questo senso trovo che gli esempi di autori fin qui citati siano importanti e meritevoli di attenzione, così come i REIN con i loro canti ribelli e le loro battaglie per la musica libera, o come il giovane cantautore Carmelo Amenta nella sua ricerca di un cantautorato raffinato ma sperimentale, e come la sinergia della potenza sonora e la forza lirica dei più affermati Teatro Degli Orrori. Allo stesso modo mi pare tremendamente ingiusto in questo contesto tralasciare di citare Militant A, che con l’abilità schietta della sua scrittura per la produzione degli Assalti Frontali ha contribuito negli anni alla costruzione di una cultura dal basso e che continua ad avere un ruolo puntuale di denuncia e di rappresentanza di una parte consistente di giovani e delle loro rivendicazioni.

Per concludere, vorrei rispondere all’articolo di Andrea Scanzi con le parole di un altro invisibile ma irriducibile della vecchia generazione di cantautori, il caro amico Antonio Pio Persia, che sulla sua pelle ha vissuto negli anni quella forma di “esclusione” ad opera dei mercificatori culturali nostrani e globalizzati, canzone che già nel 1992 esprimeva il bisogno di liberare la parola dal dominio mercantile della sottocultura:

“ La parola s'è già invecchiata
sulla musica di libertà,
la sostanza resta immutata,
la parola s'è invecchiata,
chi lo vuole la cambierà. ”




*Eva Milan, cantautrice rock, mediattivista

5 settembre 2009

SUB TERRA - MANIFESTO

in occasione della pubblicazione del sito della label versione 1.0 all'indirizzo www.subterralabel.com ed in vista del Copyleft festival d'Arezzo


Copyleft – che cos’è?

Ritengo non sia opportuno spendere qui parole per comporre nei dettagli una storia del copyleft.
Per questo esistono già in italiano validi contributi di persone ben più preparate e competenti, a cominciare dal breve manuale divulgativo di Simone Aliprandi, sul quale mi baserò largamente nello schema concettuale di questo riassunto, o la relativa voce su Wikipedia.

Anche alcuni concetti base dovrebbero già essere conosciuti, come quello di copyright, licenza e diritto d’autore. A tal fine è possibile approfondire sempre su Wikipedia leggendo qui.

Mi limiterò a dire che questa filosofia, strettamente legata allo sviluppo della rete, nacque negli anni ‘80 in ambito informatico per distinguere il software “proprietario” (quello i cui meccanismi base sono visibili e modificabili solo dai detentori del copyright, per ragioni di sfruttamento economico) da quello “open source”, i cui codici sorgente sono a disposizione dell’intera comunità di programmatori che può liberamente intervenirvi per proseguire lo sviluppo di determinato software. Alla base della seconda scelta c’era la convinzione etica che il software dovesse rimanere uno strumento di sviluppo tecnologico più che di marketing e mero profitto.
Fin da subito “open source” e “free” non significò opposizione totale al copyright, tutt’altro: ci si basava proprio su questo, che per legge tutelava in esclusiva i diritti del creatore di un’opera fin dal momento della sua creazione, ma lo si rendeva uno strumento giuridico molto più flessibile e meno monolitico. In sostanza l’autore stesso disciplinava le modalità d’uso e distribuzione di un’opera sotto una particolare licenza. Nacque così il concetto di copyleft (un gioco di parole con left, participio passato di to leave, “lasciare”) ed i principi chiave furono racchiusi in un’apposita licenza chiamata GPL (General Public License) nell’ambito del progetto GNU di Richard Stallmann. La GPL permetteva all’utente di utilizzare il software, copiarlo e modificarlo liberamente alla condizione che se lo avesse ridistribuito o avesse creato altro software derivato avrebbe dovuto mantenere lo stesso regime di licenza.

Saltando di un bel po’, arriviamo alla fine degli anni Novanta e alla nascita di progetti che proponevano di applicare il copyleft non solo in ambito informatico, ma più in generale nel campo dell’informazione e di qualsiasi opera creativa e dell’ingegno. Tra le varie licenze che ogni iniziativa propose, le più determinanti ed oggi note sono quelle diffuse nel 2002 dal progetto Creative Commons, guidato da un gruppo di giuristi di Stanford a cui fa capo Lawrence Lessig.

In soldoni quindi cos’è il copyleft? Semplicemente un modo differente di gestire i diritti d’autore, in maniera tale che questo dipenda dalla volontà dell’autore stesso e non venga così applicato nella maniera tradizionale e standardizzata, bloccando di fatto alcune basilari libertà di scelta come quella di diffusione e diritto di copia gratuita dell’opera.

Applicando una licenza libera alla mia opera specifico direttamente al fruitore cosa è libero di fare con quell’opera e a quali condizioni.


Quali sono gli effetti pratici più immediati allora?

- Innanzitutto si elimina la necessità esclusiva di intermediazione da parte di un partner imprenditoriale (editore, etichetta etc…) o di gestione dei diritti (SIAE etc…), poiché l’autore può entrare in comunicazione ed in contatto diretto con i fruitori finali dell’opera specificando loro come comportarsi mediante l’applicazione della propria licenza.

- Qualora tale partner ci fosse (e spesso è auspicabile), tale sistema porterebbe ad un riequilibrio dei rapporti contrattuali. Per fare un esempio, finora un autore si è trovato generalmente a cedere gran parte se non tutti i diritti al proprio editore che decide come gestirli per trarre guadagno dal proprio investimento (es. produzione e vendita di copie o quant’altro).

- Molta più elasticità e libertà dell’autore di decidere come gestire i diritti anche di singole e diverse opere, nonché adattabilità all’evoluzione continua della comunicazione multimediale.

- Un modello economico equo e sostenibile per il mondo informatico e della produzione intellettuale.

Per vedere come funzioanno nel dettaglio e come applicare in pratica le licenze Creative Commons, consiglio la lettura dell'opuscolo sempre di Aliprandi dal sito www.copyleft-italia-it



SUB TERRA – perché il copyleft?
Il concetto originario di indie e D.I.Y.

Fin qui abbiamo seguito fedelmente Aliprandi, riassumendo il già conciso opuscolo di cui si raccomanda la lettura come introduzione ad un conoscenza consapevole del copyleft.

Perché allora noi abbiamo scelto il copyleft, qual’è nello specifico la posizione di Sub Terra?
Noi siamo “musichieri” di alternative rock e robe simili, ma il discorso a maglie larghe potrebbe adattarsi a qualsiasi tipo di produzione intellettuale, "colta" o "popular" che sia. Tutto è cominciato col recuperare il concetto originario di "indie". Forse pochi lo ricordano, poiché ormai è degenerato in una mera etichetta da scaffale di supermercato per indicare certe sonorità easy, certa moda, certe tendenze per un target di consumo ben determinato. Con questo non si vuole demonizzare tutto ciò che viene prodotto sotto tale etichetta. Noi stessi siamo appassionati di molta roba che rientra nel calderone “indie”, come è oggi normalmente inteso. “Indie” però significava in origine “independent”, e questo niente aveva a che fare con determinati generi di musica rock o pop che fosse. Indicava piuttosto un preciso e consapevole atteggiamento, i cui capisaldi concettuali stavano nel sostanziale disinteresse a problematiche di marketing che avrebbero limitato la purezza e la libertà d’espressione.
Non che impellenze di immediata fruibilità o “vendibilità” non esistessero, ma il bilanciamento era decisamente a favore della libertà di creazione e, per quanto riguarda i “mediatori” come etichette e simili, dei rapporti umani prima del business.
Simili ma più radicali, i movimenti D.I.Y. (Do It Yourself, letteralmente “Fattelo Da Solo”) che nacquero in seno ai mille rivoli del punk, ed in particolare hardcore, elaborarono (in virtù della propria ferrea etica, del messaggio “eversivo” e del forte senso d’appartenenza ad una comunità) un rifiuto radicale ed iconoclasta a qualsiasi tipo di compromesso, preoccupazione commerciale o intermediazione esterna. Autoproduzione ed autodistribuzione divennero quindi delle esigenze primarie, mentre si affinava sempre più efficacemente la capacità di organizzarsi in reti e circuiti veramente alternativi all’interno di una determinata comunità internazionale (attraverso fanzines, distro etc…) .


L’etica punk hc esiste tuttora ed è ben vitale nelle sue ali dure e pure, ma come è comprensibile non esce al di fuori della propria comunità autogestita. “Indie” invece, come si è visto, non è più che un mero contenitore in realtà piuttosto vuoto di contenuti (destino comune questo a tutte le definizioni come grunge, post-rock etc…, create dalle rivistone più per utilità di segnalazione al consumatore finale – senza voler stigmatizzare in assoluto ciò).

Per quanto riguarda Sub Terra, ci sia concesso di recuperare l’attitudine “indipendente” e l’orgoglio D.I.Y. più puri senza sentirci ingenui utopisti. D’altronde la stessa definizione di “label” è piuttosto impropria, perché non siamo un’etichetta in senso tradizionale né potremmo esserlo, ma è utile per esigenze di immediata comunicabilità (non a caso abbiamo pubblicato la parte estesa ed approfondita del manifesto dietro un link, in fondo alla presentazione breve).

Se oggi può esistere ancora qualcosa che abbia anche solo vagamente un poco del nucleo di significato di “indipendente” , questo non può che sposare la filosofia copyleft.
La digitalizzazione e la diffusione di massa della rete hanno abbattuto i costi di autoproduzione e reso possibile l’autodistribuzione come prima mai. Davanti a questi cambiamenti così veloci, imprevedibili e potenzialmente rivoluzionari si può e si deve sperimentare.


Opportunità digitali


Il discorso qui si amplia a molte cose. Innanzitutto, riferita all’ultima affermazione sulla digitalizzazione e sulla rete, la proliferazione di autoproduzioni “scadenti” nel mare magnum di MySpace e simili e poi la crisi e disintegrazione del settore discografico (che si riallaccia alla “crisi” più in generale, come vedremo). Per molti tali fenomeni, dissolvendo il circolo di creazione-distribuzione-fruizione come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, significano rendere molto più difficile se non impossibile per artisti di talento emergere in mezzo all’oceano di mediocrità digitale (portato della “democratizzazione” produttiva), vanificando le già esigue possibilità che un artista aveva di ricevere da questo un equo guadagno.
Stiamo indubbiamente assistendo ad una transizione di notevole portata, e non si sa bene dove andranno a parare quei processi che sono già in atto.
Personalmente non vediamo qualcosa di negativo in tutto questo fiorire di autoproduzioni. Premesso che un uso consapevole e ragionato dell’utilizzo della rete richiederebbe all’uente una critica scrematura e verifica dei suoi contenuti molto più di quanto sia mai necessitato per altre fonti di informazione (il pericolo è proprio di annegare in mezzo a questo mare di cose “inutili”), chi ha talento ed un obiettivo chiaro avrà certo capito attraverso quali canali cominciare a muoversi ed in che modo utilizzare i nuovi mezzi. Le nostre abitudini di ascolto stanno cambiando: si torna ad avere molta più attenzione agli eventi dal vivo (tanto è che i prezzi sono lievitati tantissimo), le tourneé dei grupponi non servono più a promuovere il disco, ma viceversa, il supporto fisico come prodotto di massa sta scomparendo ed allo stesso tempo, paradossalmente, si rivaluta da parte di sempre maggiori cultori la passione per l’oggetto bello e significativamente artistico. Se c’è una crisi è quella della grande industria e di tutta la filiera annessa, che però continuerà a mantenere lo strapotere reinventandosi su nuovi tipi di consumo di massa (le battaglie sulla pirateria e simili non sembrano avere molto successo).
Non vediamo perché per il mondo “indipendente” questa rivoluzione debba essere qualcosa di negativo. Il mercato delle tradizionali “indies” si era trasformato ormai in un mero sottoprodotto
di quello delle majors: cosa comprensibile se volevano sopravvivere. Il web dà la possibilità di riscoprire quello spirito pionieristico sulla scia del quale nacquero via etere le radio libere e le prime etichette indipendenti. Inoltre offre possibilità enormi a chi possiede una salda etica D.I.Y. e non vuole scendere a nessun tipo di compromesso (il pubblico di costui sarà già scremato in partenza per propria consapevole scelta).

C’è solo da sperimentare, e si può almeno sperare di tornare ad un bilanciamento più equo dei rapporti tra autore ed editore evitando per esempio pratiche come l’editoria a pagamento, ormai prese per normali anche e soprattutto dalle “indies”.
La qualità delle produzioni si differenzia ancora per l’investimento che c’è dietro, nonostante una produzione discreta sia ormai alla portata di tutti.
Non è per niente detto che cambiando le carte in tavola gli artisti non abbiano più voglia di investire sulla qualità del loro lavoro perché non gli rientrerebbe nulla. E sei nvece, capendo con intelligenza quali sono le nuove opportunità, accadesse proprio il contrario, dal momento che è diventato impossibile secondo il sistema tradizionale?
Ben più in là di Wharol e della sua visione “cinica” di democratizzazione dell’arte, molti artisti anche fuori dal copyleft (un esempio è Takashi Murakami) hanno cominciato a serializzare e a vendere sotto forma di gadget ed in maniera totalmente autarchica le loro creazioni, mettendo al centro dell’importanza l’evento dal vivo (mostra, esposizione, concerto): per la prima volta l’autore può decidere di fare a meno di un’intermediazione, ed il concetto stesso di underground è ribaltato.


Ritorno al "raggio corto"

E’ qui che il discorso si allaccia a quello più generale della “crisi” e si fa simile ad altri attivi da tempo, come quello del commercio equo e solidale.
Il capitalismo ha già dimostrato di non essere un modello produttivo sostenibile.
Oltre alle enormi sperequazioni, danni, tensioni e conflitti che provoca a livello globale, è matematico che prima o poi collasserà su se stesso, come già sta dimostrando.
La “crisi” attuale può essere piuttosto un’opportunità: cominciare a pensare open e copyleft
significa anche utilizzare i nuovi strumenti tecnologici per creare benessere reale e tornare ad un tipo di economia sostenibile, umano, dalla filiera più corta, che rivaluti il patrimonio delle piccole comunità permettendo a queste di non essere più isolate, ma in contatto con il mondo intero.
Non più un modello produttivo di imposizione dall’alto, da parte di una sola macchina gigantesca, e di un consumo passivo ed acritico da parte di chi compone gli stessi ingranaggi di quella macchina, ma un modello orizzontale che includa tantissimi piccoli-medi nodi produttivi sparsi su tutto il territorio, riscoprendo anche le campagne ed il senso sociale di comunità ed appartenenza, nodi che sono interconnessi in una trama che di fatto non ha limiti di estensione geografica. E’ il significato di una parola come “glocalità”, a cui idealmente ci ispiriamo non rinnegando la nostra estrazione provinciale (in senso lato).

E’ una posizione ed un messaggio che si cela dietro ad una minuscola iniziativa come quella di Sub Terra, forse la cosa più importante dietro alle modeste quattro note che distribuiamo sulle nostre pagine.
Non sappiamo se diverremo mai una piccola “bottega del commercio equo e solidale” della musica. Probabilmente no, e nemmeno ci interesserebbe molto, ma nel messaggio di “cultura open” in senso lato rientra tutto questo.
Per quando riguarda quindi la convinzione che la conoscenza debba essere condivisa liberamente sul web perché possa instaurare un circolo virtuoso di diffusione delle idee, e di conseguenza un modello alternativo e più equilibrato di economia , ci rifacciamo alla presentazione del movimento Costozero che da tempo si batte per la libertà di espressione e d’informazione: (tratto da www.costozero.org )“ […] La libertà di comunicazione interpersonale è espressamente sancita dalla Costituzione Italiana nonché dalla normativa comunitaria ed internazionale. Ma in cosa consiste questa libertà, oggi, in Italia?
Consiste nell'acquisto di strumenti e servizi di comunicazione e di informazione: quello che è un diritto politico del cittadino, un diritto fondamentale per una società che vive nella così detta "era della comunicazione", è considerato niente altro che un business. Siamo esseri integrati con il telefono, il cellulare, la televisione, la radio, il computer e le più nuove tecnologie: ma siamo esseri sviluppati? Abbiamo tutto, ma cosa siamo? Siamo un business, un business a cui è sempre più vietato di pensare, di essere informati obiettivamente, di essere alfabetizzati senza essere manipolati, di far sentire la propria opinione (o addirittura di averne una), di nutrire speranze di cambiamento, di credere in uno straccio di ideale, qualunque esso sia (al punto che ormai avere un'idea buona ma anche concreta significa essere sempre e comunque degli utopisti): ciò che conta è che tutto resti com'è, perché è in questa stasi che trova l'equilibrio l'unico sistema esistente, quello economico. E come reagisce la politica a questa situazione sconfortante? Educa alla rassegnazione e al qualunquismo. Vogliamo che la seriosità del politico continui ad essere scambiata per serietà, la sua dialettica per progettazione, la sua demagogia per amore infinito verso le masse? Se lo vogliamo, è sufficiente non mettersi in discussione. Proprio così, non bisogna mettere in discussione il sistema politico (inesistente), ma noi stessi; siamo noi quelli a cui dobbiamo dare dei sonori ceffoni, non i politici: dobbiamo svegliarci dallo stato di torpore che il benessere ha inflitto a tanti di noi e tornare ad essere non animali da gabbia (una gabbia con ovatta tecnologica idonea al sonno profondo e alla vanità), ma animali politici, persone che, innanzitutto, vogliono capire anche quando non sono in gioco i propri interessi, che non si fermano all'apparenza, che cercano la concretezza e non le rivoluzioni impossibili. [...] Si sta producendo una nuova analfabetizzazione ed una disparità di opportunità tra chi conosce la rete e può accedervi, e chi, invece, ne rimane fuori: non è una mera questione generazionale, economica o culturale, ma riguarda la società nel suo complesso. Non si può porvi rimedio con una semplice propaganda di alfabetizzazione: il Movimento Costozero promuove l'informazione gratuita e l'accesso gratuito ai mezzi di informazione.[...]"


Sub Terra: etica ed estetica

Se Sub Terra non è una label in senso stretto, è un contenitore chiaro ed organizzato che seleziona i propri contenuti e li propone ad una certa utenza ideale. In questo modo già si comincia ad ovviare al problema della perdita nel “mare magnum”. Naturalmente per molti anche noi potremmo rientrare nella categoria “produzioni scadenti”, dal momento che le nostre produzioni (ma già non le distribuzioni) sono realizzate tramite i mezzi a noi disponibili al momento (poco più di semplice home recording) e che per scelta non puntiamo assolutamente a trasformare tutto questo in un lavoro o perlomeno nella nostra principale fonte di reddito. Preferiamo avere un atteggiamento rilassato, più umano se vogliamo, che ci possa rendere la serenità necessaria alla creazione di contenuti che abbiano veramente un valore ed un'onestà non solamente lirico-espressiva, ma anche intellettuale. Se poi appunto diverrà una fonte di “guadagno alternativo”, ovviamente senza mai sbilanciare i sani equilibri, non ci farà certo schifo. Ma sarà molto difficile: un po’ perché siamo davvero troppo punk, ingenui e romantici per ragionare in termini di business, ed un po’ perché ancora è roba da pionieri. La cosa importante è lanciare il messaggio dal nostro umilissimo piccolo. Per quanto ci riguarda quindi, la filosofia alla quale ci ispiriamo è quella del duo indie-pop Humpty Dumpty e Renato Q. , che è anche una lucidissima riflessione sul ruolo che svolgono i social networks e su come potrebbero essere utilizzati. La citiamo ampiamente come se parlasse per noi: tratto dal MySpace di HD (www.myspace.com/dumptyhumpty): “ Credo che se siete passati da queste parti e vi siete imbattuti in questa che è la mia pagina su Myspace abbiate già un’idea approssimativa del contesto in cui ci muoviamo. Sapete a che serve Myspace e cosa ci si può fare, così state lentamente affinando la vostra efficacia: confezionare una bella gif con “Grazie per l’add” a caratteri psichedelici, aggiungere apprezzamenti garbati relativi alla foto dell’eventuale ragazza della band e studiare due righe piene di simpatia e wit da piazzare nei commenti per far intendere a chi detiene la pagina che i primi venti secondi del primo pezzo -che parte in automatico- sono di vostro gradimento. [...] E’ uno dei tanti codici condivisi della vita: sappiamo già muoverci con agilità fra presenzialisti scorreggioni di scarso valore espressivo e artisti dotati di buon talento. Già solo perché su cinquanta utenti che confezionano -più o meno- canzoni uno non ha in totale spregio la Musa potremmo dire che Myspace svolge una grande funzione.
Probabilmente non è un luogo libero (si è mai visto qualcosa di libero che occorressero comunque dei soldi a metterlo in piedi?) e sempre meno tenderà ad esserlo, ma fintanto che dura così com’è, godiamoci le sue possibilità.
Prendiamoci la prima soddisfazione di non avere gran bisogno di leccare disperatamente il culo a questa o quella piccola label senza grandi capitali da investire: del resto dovreste aver già capito che non è in primo luogo il vostro opinabile talento ciò di cui vanno in cerca, quanto piuttosto di qualche forma di hype che circoli già attorno al vostro alias. A loro spetta raccoglierne quanto più velocemente i frutti. Per far ciò occorre che siate più o meno potenzialmente vendibili o che abbiate già venduto sufficientemente per conto vostro. Come dar loro tutto il torto, schiacciate da un mercato totalmente in mano alla volgarità massimalista del capitale musicale proprio adesso che l’indie è dappertutto? Non ci resta che scegliere fra la roba di consumo “alternativa” (indipendente è un termine che in questo contesto ha poco significato) e la roba di consumo delle multinazionali. Le prime sono prodotte con cubase e (se di livello superiore) pro-tools, le seconde in degli studi professionali.
La seconda soddisfazione è non dover, ancora più umiliantemente, leccare il culo a questo o quel giornalista musicale, cartaceo o virtuale. E’ inutile che lo pressiate: se non v’è una qualche forma di hype già formata attorno al vostro moniker è difficile che possa cedere alle vostre insistenze. Se vi ha ascoltato lo ha fatto perché fa il suo lavoro, se non lo ha fatto ha già deciso che voi non fate parte del suo lavoro, e le vostre stronzate non lo convinceranno del contrario.
Ecco, Myspace offre questa possibilità, di bypassare qualcuna delle gerarchie che sino ad oggi hanno monopolizzato la nostra voglia di creare e diffondere la nostra musica.
Qui possiamo scatenare tutta la nostra assenza di talento senza dover per forza oscurare la nostra dignità (e arrivare eventualmente al disco sotto forma di straccio vecchio) e senza dover per forza rompere i coglioni a qualcuno. Certo, niente ci impedirà di soffrire perché, anche se in possesso di talento, nessuno o pochi se ne accorgeranno, ma almeno siamo qui, appena un po’ meno del numero complessivo degli italiani, a sceglierci e ad ascoltarci da soli.
Per render questo luogo non solo un neutro servizio, ma soprattutto affinché in esso si realizzi qualcosa non di semplicemente Utile, ma anche di Bello e Giusto, provate ad ascoltare bene e per intero meno musica e scambiare non soltanto pompini generici per ottenere visibilità sulla pagina altrui (e spesso di gente morta o sciolta) ma motivati e onesti giudizi.
Interferite, opinate, vivete. Giudicare non è reato [...]“.

Ciò non vuol dire che nel corso del tempo non miglioreremo la qualità delle nostre produzioni attraverso investimenti. Il nostro scopo è proprio quello perché amiamo le cose belle e siamo convinti della loro utilità, ma lo faremo con calma e senza condizionare le nostre vite in maniera irreparabile alla ricerca di una svolta “contrattuale” (quella sì utopica) che ci renda famosissimi. Ci basta cominciare ad organizzare eventi sul territorio ed avere il nostro piccolo pubblico, per poi connetterci senza limiti con realtà simili in giro per il web e spostarci dove sarà più idoneo come in una specie di “couch surfing artistico". Il nostro pubblico sarà in un cerchio né troppo stretto né troppo ampio. Poco ci interessano i lustrini indie rock e le relative pressioni: tutto quel mondo finot decadente e boheminène che ormai da tempo popola realtà come quella del M.E.I. di Faenza.
Di conseguenza i contenuti di Sub Terra (mi riferisco ai dischi come alla webzine) sono molto eclettici. Nessun genere prestabilito, nessuna anglofilia parossistica e nessuna ricerca spasmodica ed ossessiva della novità (caratteristiche con cui è stato ben plasmato il popolo indie). Solamente quello che tocca la nostra personalissima sensibilità. Che sia pura avanguardia intellettualistica alla John Cage o il pop o il punk rock provinciale più grezzo ed analfabeta non importa, se per noi ha un senso che espliciteremo all’interno della nostra visione.
D’altronde ci sembra anche stupido metterci ad operare categorizzazioni troppo rigide tra ciò che è “colto” e ciò che è “pop”. Sappiamo che esistono linguaggi molto diversi per un tipo di pubblico molto diverso, ma non per questo (ed entro i nostri stessi limiti culturali e di comprensione) eviteremo di comporre proposte eterogenee creando quindi differenziazioni all’interno della nicchia di pubblico ideale a cui ci rivogliamo, e che siamo convinti esistere. Ci atteniamo solo a quello che pensiamo sia in qualche modo vicino alla nostra idea di Bello e di Utile, nel nostro umilissimo piccolo, evitando di tirare fuori definizioni ingombranti quali “arte” .


Carlo, Cura di Vetralla, 05/09/09

28 luglio 2009

Siamo tutti pirati

Una riflessione sul download da internet ed una proposta alternativa in musica dalla nostra provincia

questo articolo è apparso su Viterbolive di Giugno-Luglio 2009, la cui versione pdf può essere liberamente scaricata qui

E’ un dato acquisito ormai da tutti che l’ingresso di internet nelle nostre vite abbia radicalmente cambiato il nostro modo di fruire non solo la musica, ma la cultura in generale. Siamo in un periodo di piena rivoluzione, qualcosa di paragonabile non solo al semplice cambio ed evoluzione dei supporti, ma all’invenzione, per fare un esempio in musica, della registrazione stessa. L’industria dell’intrattenimento e della cultura, che ha costruito i propri interessi sul vecchio mondo al cui trapasso stiamo assistendo, sta reagendo com’era prevedibile in senso piuttosto conservatore. Da qui le varie campagne sulla pirateria come reato, come killer dell’arte.
Tutte cose che hanno una ragione per essere sostenute, e su cui si può e si deve discutere. La prima cosa però su cui dovremmo riflettere è che ruolo ha ancora per noi la cultura e l’arte, e quale può avere nell’era digitale. E’ facile comprendere che per l’industria il primo valore in assoluto è quello del business, quindi non ci sorprendono le posizioni di chi detiene il monopolio. Ciò che al contrario vogliamo sostenere è l’opportunità di riscoprire la fruizione della cultura come momento di aggregazione e condivisione intorno a cui costruire un senso di comunità, di dialogo e di appartenenza, ed un modello alternativo e più equilibrato di economia che renda il giusto compenso a chi la cultura e l’arte la produce. Questa opportunità può essere realizzata oggi attraverso la rete ed il libero scambio delle opere, cioè la possibilità di scaricare gratuitamente e legalmente ogni tipo di opera dell’ingegno (film, musica, libri e quant’altro) per l’utilizzo e lo scambio personale, che non abbia fini commerciali. E’ la filosofia che si chiama copyleft, contrapposta (fin dal gioco di parole tra “left” e “right”) al più tradizionale copyright, che altro non è se una forma più flessibile di diritto d’autore che permette agli autori di condividere liberamente e legalmente le opere senza che i fruitori vengano accusati di essere pirati.
Non si tratta di qualcosa che svilisce l’opera fisica (il disco, il libro, il film), ma anzi permette di far circolare i contenuti in maniera finora impensabile (non dimentichiamoci che siamo nell’era di facebook, di ebay e della socialità on-line) permettendo agli autori, specie se emergenti, di entrare in contatto con gli utenti finali che possono così acquistare il supporto fisico (il cui valore e bellezza sono insostituibili) direttamente da loro. Il vantaggio sarebbe un circolo virtuoso per la società intera: libera circolazione delle idee, democraticità di accesso all’informazione, rafforzamento del tessuto sociale reale attraverso la condivisione e la connessione on-line.
E’ qualcosa su cui si può e si deve lavorare, anche se per ragioni comprensibili i gruppi di potere e le istituzioni del settore, come la SIAE, tendono in genere a boicottare ed ignorare tali esperimenti per mantenere i propri privilegi. Eppure incominciano ad esserci da qualche tempo segnali di confronto ed apertura:
segno che internet, quando usato bene, ci sta allenando a scavare, a cercare ed a leggere dietro le righe verso un approccio all’informazione più “orizzontale” e meno “verticale”, cioè impostoci dall’alto. Nella nostra provincia esiste già una realtà copyleft che opera nell’ambito della musica. Si chiama Sub Terra, ed è una webzine (un blog che parla di musica, specie indipendente) ed un’etichetta discografica che ha cominciato producendo alcuni artisti locali, ma sta lentamente espandendo i suoi contatti ben al di fuori della provincia stessa. Tutti i contenuti di Sub Terra, a partire dai dischi degli artisti, sono in download gratuito.
Sub Terra ha anche partecipato recentemente a Viterbo all’incontro-dibattito, organizzato da Arci Viterbo per Resist, dal titolo “Copyleft: a chi appartiene la conoscenza?”, in cui sono intervenuti due collettivi letterari che si muovono secondo questa filosofia (Kai Zen, che ha anche un romanzo uscito in stampa per Mondadori, ed Anonima Scrittori) nonché il collettivo musicale romano Zero Gravity Toilet il quale ha realizzato un disco finanziato dalla Comunità Europea, distribuito in digitale da Sub Terra. “Copyleft: a chi appartiene la conoscenza?” è stato il primo vero incontro per parlare di copyleft nella nostra provincia.

Collegamenti utili:

la voce copyleft su Wikipedia

18 febbraio 2009

Sanremo nella resistenza e nelle Notti dei Cristalli Infranti d'Italia

Non è vero in assoluto che rappresentiamo un fronte di resistenza alternativa al dilagare del volgare massimalismo mediatico che schiaccia e narcotizza un Paese intero. A volte non lo vogliamo, o meglio non ci pensiamo affatto. Succede così che abbassiamo ogni difesa, non ci mettiamo a cercare e scavare oppure a leggere tra le righe, ci perdiamo a rispondere alle mille cazzate di facebook ed amiamo saltare di zap in zap da un canale all'altro, da un TG al Grande Fratello a Sanremo. Viviamo mediamente; siamo parte di questo Paese esattamente come il tronista, ne condividiamo mediocrità ed orgogli, difficoltà quotidiane, masturbazioni mediatiche ed orrori.
Poi in quelle volte succede che di notte tiriamo le fila di questo tessuto di vita quasi "automatica", che a volte è persino totalmente telematica o televisiva perché esistono giornate di ozio forzato ed apatia che costringono giorni interi in casa, dove preferisci restare se non hai niente da aspettarti dall'esterno . Tiriamo le fila del nostro vivere medio con la nostra cultura ed i nostri ricordi personali, apriamo le corsie preferenziali del nostro pensiero, e così torniamo a riappropriarci della nostra identità, capiamo di nuovo chi siamo. E' un momento sgradevole a volte, perché si ha la netta sensazione che esista una Linea Gotica decisamente ben marcata e noi abbiamo già deciso da tempo da che parte stare. E' così che si ha la sensazione della guerra, dell'essere minoranza ghettizzata presa per capro espiatorio, della paura di uno strisciante totalitarismo che ci strozza la voce e ci taglia le gambe e le dita sulla tastiera. Ci sentiamo quasi in colpa perché non è la guerra civile che vogliamo, è il loro gioco incastrare il pensiero autonomo nelle categorie del "demoniaco", del "deviato", del "criminale", del "terrorista". Del comunista. E noi non ci sentiamo depositari di nessuna Verità assoluta. La cerchiamo, questa verità, minuscola, nei limiti dell'oggettivo raggiungibile, e ci spaventiamo di noi stessi, ci vergogniamo di trovarci a sfiorare anche solo nei recessi più profondi dell'animo un moto d'odio, di disprezzo, di superiorità sprezzante che striscia oltre i limiti della nostra resistenza a sempre più becera e svergognata dimostrazione d'assolutismo del Potere. E' questo che ci accorgiamo spingerci contro i nostri simili, concittadini, fratelli. E loro ci calpestano come gregge spinto dal pastore sopra un formicaio, ci divorano quando diventano cani da guardia. Ci vergogniamo anche di scoprirci a provarne compassione a volte, e siamo feriti a morte perché spesso non riusciamo a comunicare oltre i steccati e la manipolazione che il Potere sa fare di "noi".
Siamo fratelli, non desideriamo nessuna guerra civile. Solo comunicare, e sentirci parte di una comunità.
E' così che al giorno della prima di Sanremo, dopo giorni di bombardamento mediatico che ci sembra il revival della Svolta del 1925, l'orgia delle ronde che celebrano le Notti dei Cristalli Infranti d'Italia, una minuscola webzine di musica indipendente che crede nella filosofia del copyleft assiste "mediamente", a volte distrattamente a volte attentamente, alla più grande passerella della musica italiana, unico argomento che dovrebbe interessarle. E tira poi le fila. La più grande passerella appunto, ingessata da decenni in un nulla canoro dove tutto sembra stato scritto solo cinque minuti prima, lustrini di un Paese vanitoso che ama scoprirsi bello e nascondere la sporcizia sotto il tappeto, laurea delle mediocrità e relitto di una genuina cultura popolare di vera unità nazionale e di un servizio pubblico di qualità, la passerella simbolo di Casta, che vuole aprirsi a "noi" (per quanto odiamo accerchiarci da soli) come attraverso una solidarietà aristocratica che rafforza nel suo pietismo i limiti di classe, e questo tramite degli imbarazzanti Afterhours, dalla voce debole, forse spenta, ma in cui riconosciamo e celebriamo "noi", e ci commuove il De Profundis incarnato da Benigni, che tutti Noi abbiamo applaudito, in un applauso che ci duole pensare molti contraddiranno coi gesti e col pensiero in un battibaleno. Una passerella che amiamo ed odiamo, uno specchio che riflette Noi, e ci terrorizza in un malinconico sorriso.

1 dicembre 2008

Sub Terra al MEI: il mercato delle mini-major

Il MEI assomiglia più ad una fiera di aspirapolvere che ad altro. Era la prima volta per me, ma d'altronde avevo rimediato dei biglietti omaggio e non potevo perdere l'occasione. L'ingresso costava infatti 15 euro il sabato, 20 la domenica. Ma una volta lì mi sono accorto che tutti entravano con dei biglietti omaggio, quindi ho pensato che forse fosse una strategia per fare arrivare gente. Si, insomma, fargli pensare che avevano un'occasione. Altrimenti perché spendere 15 o 20 euro per una fiera di aspirapolvere?
Il "meglio" dell'ambiente "indipendente" si è radunato lì in questi giorni. Gente che scesa dalla tv si scambia premi e complimenti, posers con l'aria di essere la prossima next big thing, un'infinita massa di adolescenti-ventenni-piùchetrentenni-ultraquarantenni che ti fanno una tristezza, con il promo in mano in cerca del famoso giornalista da bloccare, della frase giusta da dire per salire di quota nella classifica delle loro P.R., di un fantomatica produzione da parte dell'etichetta con la scatola "inserisci qui il tuo demo" zeppa fino all'inverosimile. C'è da domandarsi perché mettano ancora queste scatole. Qualcuno più onesto scrive: "quest'anno non abbiamo allestito il classico box perché sappiamo che non riusciremo mai ad ascoltare tutte le vostre proposte. Se vi interessa spediteci due o tre mp3". Tanti banchetti che cercano di comunicare qualcosa - ma cosa? - , forse regalare o vendere concorsi-recensioni-passaggi radio-booking-management, dai più nascosti ai mega-box della rivistona o dell'etichettona pieni di Paola Maugeri-Red Ronnie-Federico Gugliemi-Pelù a incensarsi vicendevolmente dando consigli da buoni padri alle giovani leve per realizzare il loro sogno, sciorinando tutta una serie di luoghi comuni sull'integrità artistica. E' un mondo in cui occorre essere simpatici, e siamo fortunati perché l'Italia è una repubblica fondata sulla Simpatia. Tutti che vogliono arrivare a Sanremo da buoni integerrimi, tutti che sputano su Sanremo fondamentalmente per costruirne un'altra del tutto simile, tutti che parlano di questa crisi, questo mercato che non vende più, la morte del cd, import-export, tanto che a volte è difficile non pensare che quello di cui stanno parlando non è un aspirapolvere. E poi banchetti su banchetti di cianfrusaglie indie con cui etichettarsi alla perfezione, negozi di dischi e strumenti che non possono mancare ad una cosa del genere, insomma una fiera piena di roba in vendita bruttissima-brutta-bella e bellissima. In mezzo a tanta girandola di marketing indipendente che in fin dei conti però vende il nulla, anche le cose che regalano un raggio di Bello vengono sommerse. Ogni tanto affiorano, come la piccola neonata etichettta Garrincha, che mi ha donato il piacere sempre più raro di acquistare un disco al buio solo per il suo artwork artigianale, e lo show di Musica per Bambini.
E tra le varie rivelazioni di questo mini Mtv Music Awards, di questo mercato di mini-major, un seminario sullo svilluppo delle licenze Creative Commons, sul copyleft e su Jamendo , una piattaforma che anche Sub Terra ha cominciato ad utilizzare per distribuire le sue produzioni. Qualcosa che ci conforta e ci dà una ragione di esistere in pace. E si che anche noi vorremmo diventare conosciuti, mica no, nel nostro piccolo mondo di marketing a tu per tu, quasi che vorremo conoscere e parlare francamente con chiunque si interessi a noi, invitarli pure a cena, piuttosto che mettere scatoloni anonimi, e penso, mentre mi allontano dalla nostra fiera di aspirapolvere, di essere un pò troppo antipatico per questo mondo caleidoscopico che vende sogni d'indipendenza preconfezionata.

28 novembre 2008

c'era una volta l'indie

Il termine "indie" nacque per indicare tout court la musica indipendente. Era un termine trasversale, non indicava un genere preciso. Si trattava più di una questione "politica". E' abbastanza naturale che le correnti più creative e fuori dagli schemi abbiano contribuito alla nascita e crescita di questa filosofia: si trattava di rimettere la creatività e l'artista nel ruolo che gli sarebbe spettato di diritto in un sistema che, detto molto banalmente, li aveva trasformati in merce vendibile alla stessa stregua di un salame. Chi pensa oggi ad "indie" pensa invece piuttosto ad un preciso genere. Magari gli vengono in mente i Franz Ferdinand o roba simile. Indie è stato quindi svuotato di significato. Secondo un processo ben noto, l'establishment ha probabilmente trovato il modo di inglobarlo al suo interno, edulcorando quello che era scomodo e portando al limite le potenzialità di sfruttamento in termini di mercato. L'indie ha quindi percorso la sua parabola di nascita, crescita, apice e decadenza: oltre ad un genere, è passato anche ad indicare una velleità artistica di cui piace fregiarsi. Tutto è indie, quindi niente lo è più. Un fenomeno simile, dagli sviluppi però non del tutto prevedibili, potrebbe ripetersi per quello che riguarda un'altra questione politica dei nostri tempi: quella del "copyleft" . Con ogni probabilità, quello che di più genuinamente indie esiste ai nostri giorni è copyleft. Tempo fa leggevamo su Losing Today , una rivista di musica indipendente che ha concluso la sua breve vita di pubblicazioni in Italia qualche anno fa, un articolo sulla piccola etichetta siciliana Snowdonia . I fondatori di Snowdonia affermavano che la loro etichetta sarebbe dovuta sparire per le più elementari leggi di mercato, ma che questo era un motivo in più per continuare ad esistere. E' la dichiarazione di intenti a cui ci sentiamo più affini. Come già diceva Svevo in un'altra epoca e per altri motivi, creatività e vita dovrebbero restare separati in questo senso: tutti vogliamo essere rock star, nessuno di noi crede in Gesù Cristo, ma affinché le creazioni tornino ad avere un ruolo nelle categorie del Bello, dell'Utile e del Giusto (leggi la politica di un autore di cui abbiamo già parlato, Humpty Dumpty) devono essere totalmente staccate da preoccupazioni di business e narcisismo fine a se stesso. Il copyleft permette di fare questo oggi con il vantaggio, rispetto all'"indie" delle origini, di poter utilizzare mezzi di produzione e diffusione ben più economici e potenti. Se il futuro vedrà realtà copyleft raggiungere livelli d'attenzione apprezzabili in termini di numeri, diverrà senza ombra di dubbio mira appetibile per il mercato di massa. Il che non è in sé, ci teniamo a sottolinearlo, qualcosa di malvagio. Ma la conapevolezza di poter anche solo semplicemente esistere e comunicare sempre più facilmente, senza dipendere da niente e nessuno, può donarci una leggerezza ed una sincerità ancora sconosciute.
Tu cosa ne pensi?