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19 novembre 2011

Gli invisibili e le belle parole che suonano ancora

di Eva Milan * pubblicato su Musicachip
Sabato 19 Novembre 2011 00:32



“Cantautori, le belle parole oggi non suonano più”, scrive nostalgicamente Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano, perché “la vecchia ricetta non funziona più e quelle nuove non mordono”.

Verissimo, se si limita lo sguardo alla vecchia concezione di cantautorato degli anni settanta senza contestualizzare il processo di emarginazione del libero pensiero in tutte le sue forme e l’impoverimento della produzione culturale da parte di un’industria musicale sempre più egemonica ed esclusivista, il cui ruolo influente nel motore del pensiero unico globalizzato ha agito forse in anticipo rispetto al resto.

Comincerei col dire che in Italia il cantautorato cosiddetto impegnato è sempre stato condannato all’élitarismo dagli interessi stessi della discografia e con il supporto dei baronetti della Siae per cui alcuni andavano comprati e arricchiti e altri meno, affinché il virus culturale di cui questi ultimi si facevano portatori non doveva contagiare le masse; non si poteva consentire a un De André, un De Gregori o a un Gaber di assumere una funzione aggregante di partecipazione ma che questi untori culturali andavano bene esclusivamente per quelle anime belle, snob e noiose degli intellettuali comunisti, e che il popolo meritava qualcosa di più allegro e romantico ma intellettualmente scadente, la cui vetrina catalizzatrice doveva concentrarsi sul quel grande supermercato-palco che è Sanremo. Vetrina che negli anni ha subito anche qualche tentativo di elevazione culturale del tutto insufficiente. Il primo di questi fu ad opera di Luigi Tenco. Secondo alcune tesi, Tenco potrebbe aver pagato un alto prezzo proprio per aver osato denunciare quel meccanismo inquinato e tentato di offrire in pasto agli spettatori televisivi quella qualità culturale proprio da quel prestigioso palco.

Da allora il meccanismo di esclusione è stato potenziato a tutti i livelli, concentrando il dominio culturale sempre più nelle mani di grandi poteri e emarginando tutto ciò che non si adeguasse a le loro regole.

C’è da dire che tutte le forme d’arte “impegnata” sono sempre state in certa misura elitarie, ma oggi queste sono passate dall’élitarismo alla condizione di invisibilità anche rispetto a quelle nicchie di pubblico che potrebbero goderne, perché l’immaginario creato dal mainstream è divenuto tanto potente da aver ridotto anche i canali di distribuzione alternativi a surrogati del mercato, incapaci di reinventarsi senza attingere al mainstream o al passato, e di produrre una visione “altra” forse rintracciabile soltanto nell’autoesclusione o in micro-realtà radicali.

Non a caso l’autore del suddetto articolo nel citare i nomi “nuovi” fa quasi esclusivamente riferimento a personaggi ben inseriti in un circuito promozionale che sebbene si definisca “indipendente” (indie) resta spesso intrappolato, tranne alcune eccezioni, in quella logica autoreferenziale tipica del mainstream esclusivista e accentratore, senza mai volgere lo sguardo altrove, verso quelle realtà “altre” che nonostante l’alto livello di produzione e intensa attività continuano a restare nell’ombra, facendo sempre più fatica a trovare spazi di espressione.

Il primo esempio che vorrei portare è quello di Gian Maria Testa, un cantautore piemontese di altissimo livello che possiamo ben inserire nella lista dei cervelli in fuga, poiché soltanto in Francia e in altri paesi europei è riuscito ad affermarsi e a conquistare la meritata attenzione, restando nel frattempo ignoto al pubblico italiano per oltre un decennio. Dal suo primo esordio nel ’93 al Festival di Recanati ci sono voluti ben 14 anni per arrivare al primo importante riconoscimento italiano, con la Targa Tenco 2007 come miglior album dell’anno; nel frattempo i suoi otto dischi e i suoi circa 2000 concerti avevano fatto il giro del mondo.

Nonostante queste difficoltà, l’esperienza di Gian Maria Testa resta comunque un’eccezione positiva rispetto all’invisibilità a cui sono condannati altri suoi colleghi altrettanto meritevoli. Uno di questi è senza dubbio Marco Rovelli, cantautore, poeta, scrittore e filosofo, noto a un determinato pubblico della cultura antagonista più per i suoi eccellenti saggi che per la sua attività di musicista. Forse il cantautore contemporaneo più impegnato presente (o dovremmo dire “assente”?) sulla scena italiana, dal suo esordio con i Les Anarchistes, vincitori del premio Ciampi nel 2002, alla sua attività solista iniziata con l’album “LibertAria”, è l’esempio vivente di come oggi le belle parole suonino ancora e siano vivissime e potenti, ma che forse proprio per questo non meritino abbastanza riconoscimento, se non quello di essere “Fuori dal mucchio”, premio conferitogli al MEI dell’anno scorso. Si sa, oggi le rivoluzioni vanno di moda, ma quelli che la rivoluzione sanno farla con la penna e la chitarra possono essere più pericolosi!

Da qui scendiamo direttamente negli inferi e ci imbattiamo nella penna di un altro personaggio il cui spessore poetico, come nel caso di Rovelli, è pari alla pena che culturalmente dobbiamo scontare. Sto parlando di Pieralberto Valli, fautore del progetto alquanto blasfemo denominato “Santo Barbaro”. Lo avete sentito nominare? Se sì, siete dei privilegiati. A tutti gli altri consiglierei di andarsi ad ascoltare entrambi i due album prodotti sino ad oggi, “Mare Morto” e “Lorna”. I peccati mortali commessi da Pieralberto Valli sono troppi. A partire dal nome del suo progetto, chiaro riferimento ai più diseredati, i migranti. Se poi guardiamo alla sostanza, la poetica usata per esprimere il disagio esistenziale e sociale è a livelli insostenibili per i comuni mortali, e la musica che l’accompagna un misto tra folk e avanguardia rock a osare il superamento di entrambi i generi con troppa disinvoltura, rischiando quindi la genialità. Pierlalberto può trovare consolazione nel fatto che alcuni di quei peccati originali li commise anche Fabrizio De André, primo fra tutti l’aver scassato troppo le balle con gli ultimi e gli emarginati.

Penso sia un errore credere che il cantautorato contemporaneo per essere valido, riconosciuto e visibile debba restare estraneo alla militanza mista alle contaminazioni fin qui assorbite che variano dal rock al folk anche nelle forme più estreme, poiché allora saremmo di fronte a una resa stagnante alla tradizione del cantautorato puro, a una nostalgica e inutile ripetizione di genere incapace di rappresentare il presente e senza offrire alcuno sbocco futuro al nuovo, sempre che ci sia la volontà di vederlo nascere.

In questo senso trovo che gli esempi di autori fin qui citati siano importanti e meritevoli di attenzione, così come i REIN con i loro canti ribelli e le loro battaglie per la musica libera, o come il giovane cantautore Carmelo Amenta nella sua ricerca di un cantautorato raffinato ma sperimentale, e come la sinergia della potenza sonora e la forza lirica dei più affermati Teatro Degli Orrori. Allo stesso modo mi pare tremendamente ingiusto in questo contesto tralasciare di citare Militant A, che con l’abilità schietta della sua scrittura per la produzione degli Assalti Frontali ha contribuito negli anni alla costruzione di una cultura dal basso e che continua ad avere un ruolo puntuale di denuncia e di rappresentanza di una parte consistente di giovani e delle loro rivendicazioni.

Per concludere, vorrei rispondere all’articolo di Andrea Scanzi con le parole di un altro invisibile ma irriducibile della vecchia generazione di cantautori, il caro amico Antonio Pio Persia, che sulla sua pelle ha vissuto negli anni quella forma di “esclusione” ad opera dei mercificatori culturali nostrani e globalizzati, canzone che già nel 1992 esprimeva il bisogno di liberare la parola dal dominio mercantile della sottocultura:

“ La parola s'è già invecchiata
sulla musica di libertà,
la sostanza resta immutata,
la parola s'è invecchiata,
chi lo vuole la cambierà. ”




*Eva Milan, cantautrice rock, mediattivista

12 agosto 2011

Aldrin - "Bene" STS #006 (19 Luglio 2011)

Gli Aldrin sono un gruppo di quattro musicisti attivi tra Roma e Viterbo e compongono, senza tanti fronzoli, una delle migliori formazioni post-rock italiane in circolazione. Vale la pena presentarli con le loro stesse parole:

Gli Aldrin sono 4 creature senzienti il cui evidente destino, fin da principio, era quello di sfruttare il fenomeno della propagazione delle onde sonore nell’atmosfera al fine di suscitare una diversificata gamma di emozioni negli umani. Gli Aldrin nascono circa 14 miliardi di anni dopo il Big Bang, pressappoco 3 miliardi di anni dopo la comparsa della vita sulla Terra, a quasi 220 anni dalla presa della Bastiglia, precisamente nel marzo 2009. Gli Aldrin sono dediti ad un post-rock strumentale, eccezion fatta per rari inserti di suoni che sfruttano il linguaggio terrestre con lo scopo di trasmettere informazioni.

Gli Aldrin hanno appena registrato il loro terzo disco, completamente autoprodotto, così come i precedenti due. Tutta la loro musica è scaricabile senza alcuna richiesta di danaro dal World Wide Web, anche noto come l’ Internet.
Gli Aldrin amano assistere al processo di invecchiamento biologico dei loro corpi in ambienti prevalentemente bucolici, nei quali spesso si ritrovano a comporre musica.
Il settantacinque per cento degli Aldrin è stato in grado di terminare con successo il livello 9-5 in modalità B del videogame Tetris sull’originale Nintendo Gameboy.

Giovanissimi, avvolti da un immaginario sci-fiction (già dal nome, ripreso da quello dell'astronauta Buzz Aldrin) e dotati di capacità strumentistico/compositive notevolissime, hanno da poco rilasciato il loro terzo disco autoprodotto, Bene, disponibile (con orgoglio) anche sulle pagine di SubTerra. Ricordo quasi una decina d'anni fa, quando avevo energia e tempo da spendere prima di divenire uno statico lampione domestico curvo su uno schermo, che Roma era pervasa dal fermento post-rock ed ero costantemente impegnato nella bramosa ricerca di concerti e musicisti con cui mettere in piedi un gruppo sul genere. C'erano, per citarne solo due, i Moka agli esordi e i Blueprint (con cui suonai anche per un brevissimo periodo), che tentavano di declinare in maniera personale le ispirazioni provenienti da Mogwai, Tarentel e Godspeed You! Black Emperor. Gli Aldrin sembrano uscire direttamente da quell'humus, ma sono piuttosto figli del post-rock dei secondi duemila, legato a nomi come Explosion In The Sky e 65daysofstatic. Ciò che colpisce in loro, e che in parte li distingue dai loro immediati predecessori italici, è la precoce maturità e personalità raggiunta in Bene, tanto che se ormai il post-rock rischia di costringere al cliché da cui non è facile sfuggire, si potrebbe ben dire che gli Aldrin si fanno riconoscere subito, attingendo a risorse che li portano oltre i soliti canovacci. Potrebbe essere quindi quella strisciante venatura post-punk che richiama gli At The Drive-in (da non dimenticare che Marco, alla batteria, ha militato in gruppi hardcore come Ouzo ed Ingegno, e che gli altri si erano già incontrati negli U-Goes, formazione viterbese cresciuta sotto l'ala dei più anziani Winter Beach Disco), sarà l'uso dell'elettronica o la calibratura degli stacchi, o forse la complessità compositiva a tratti math-rock (in accordo con le ultime tendenze nel genere): fatto sta che le quattro suite di Bene scorrono piacevolmente, riuscendo ad emozionare l'animo tra diverse polarità in balia delle climax di creste e ventri sinusoidali. Ma è nell'attenzione ai suoni, oltre che nell'abilità compositiva, che va ricercato il quid di questo raffinato post-rock: un' estetica che si fa concetto e che si richiama all'armonia della Natura, finendo con l'infondere un messaggio positivo. Sono due i canonici inserti spoken: il primo è in Molto Bene e risulta essere tratto da una recente intervista di Stephen Hawking a proposito di religione e scienza a confronto (Science will win because it works); il secondo, in La Drogue, proviene da una sorta di "preghiera" scientifica, basata sulla fisica quantistica, per cui vi sarebbe una corrispondenza tra vibrazioni ed emozioni tale da poter influenzare positivamente l'intera umanità, se solo consapevolmente la maggior parte di noi riuscisse a canalizzarla verso, appunto, il bene. La summa del messaggio è che l'ignoranza genera paura, grazie alla quale il potere può controllare le nostre vite. Gli Aldrin in risposta riescono a controllare abilmente le frequenze in modo da generare belle emozioni-vibrazioni nell'animo di chi ascolta e, per di più, condividono tutto questo liberamente e spontaneamente. Lascio il resto alla scoperta e all'ascolto: ripagateli ascoltandoli e condividendo a vostra volta il loro dono con chi vi è vicino, applicando una pratica e una cura che possono sicuramente renderci più liberi e più felici. Embrace the earth feel it breathing, embrace the men watch them sinking.

Scarica subito Bene nel formato che preferisci cliccando qui

12 luglio 2011

Il Colombiano di Banda del Racconto & Myliac

SubTerra è felice di annunciare la collaborazione con Banda del Racconto & Myliac per l'opera multiforme Il Colombiano: un libro edito da Davide Ghaleb editore, un reading-concerto e prossimamente un audio-libro disponibile in free download sulle pagine subterranee. Il Colombiano sarà in scena live per Caffeina Cultura a Viterbo, il 15 Luglio. Queste le coordinate fondamentali sul contenuto dell'opera e sullo spettacolo di venerdì:

IL COLOMBIANO

Tell me again about the night I was dead

Di adozioni & altre biologie


Banda del Racconto e Myliac

concerto — reading

VENERDÌ 15 LUGLIO

Viterbo, piazza Cappella, ore 22.30


regia di

ALFONSO PROTA

scritto da

ANTONELLO RICCI

musiche di

MYLIAC

scenografia di

ALFONSO E VINCENZO PROTA

coreografie di

PIETRO BENEDETTI

illustrazioni di

LORENZO RICCI

con

MICHELA BENEDETTI

PIETRO BENEDETTI

DOMENICO COLETTA

OLINDO CICCHETTI

STEFANO FRATEIACCI

SARA GRIMALDI

EDOARDO MANTELLI

VINCENZO PROTA

MATTEO RONCHETTI

CARLO SANETTI


Il Colombiano. Di adozioni & altre biologie, fantasia letteraria di Antonello Ricci, note di regia di Alfonso Prota, illustrazioni di Antonello Ricci, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2011, pp. 60 - www.ghaleb.it



IL COLOMBIANO - tell me again about the night I was dead (teaser) from seblat bolletti on Vimeo.